Nicolas-Claude Fabri de Peiresc - Francesco Gualdi - 1624-7-13

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Nicolas-Claude Fabri de Peiresc - Francesco Gualdi - 1624-7-13
FINA IDUnique ID of the page  10258
InstitutionName of Institution. Carpentras, Bibliothèque Inguimbertine
InventoryInventory number. Ms. 1809, f. 115r-118r
AuthorAuthor of the document. Nicolas-Claude Fabri de Peiresc
RecipientRecipient of the correspondence. Francesco Gualdi
Correspondence dateDate when the correspondence was written: day - month - year . July 13, 1624
PlacePlace of publication of the book, composition of the document or institution.
Associated personsNames of Persons who are mentioned in the annotation. Girolamo Aleandro, Guido Bentivoglio, Lodovico Compagni, Scipione Borghese, Francesco Boncompagni
LiteratureReference to literature. Federici 2010, p. 37-401, Missere Fontana 2009, p. 312, note 332
KeywordNumismatic Keywords  roman, aes grave, local finds, drawing, patina, sulphur cast, lead cast, plaster cast, weights, metrology
LanguageLanguage of the correspondence Italian
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Grand documentOriginal passage from the "Grand document".

-Lettre du 13 juil. 1624 : « Molt’illustre signor mio osservandissimo, L’altr’hieri solamente ricuperai il piego di Vostra Signoria delli 16 aprile ben condizionato, che non fu picciola ventura, poi ch’era rimaso abandonato due mesi et più in un’hostaria. Et viddi con sommo gusto, il modello del suo precioso piede antiquo insieme con li dissegni di esso et di quello dell’illustrissimo signor cardinale Buoncompagno, et gli altri dissegni de’ pesi et medaglie più antique, ma sopra tutto, la cortesissima lettera di Vostra Signoria Illustre dove ella si degna farmi offerta della sua benevolenza, da me tanto bramata già lungo tempo, et la quale io stimo al pari d’ogni maggior honore et contento ch’io potessi acquistare. Onde ho darenderle infinite grazie, et assicurarla della mia servitù, et del vivo desiderio che tengo di darlene con effetti quella corrispondenza et quelle dimostrationi, et publiche et private che si convengono all’obligo mio, dispiacendomi sommamente di non havere potuto sodisfare hieri a questo complimento con occasione del passaggio dell’ordinario d’Avignone come io haveva sperato di poter fare, ma doppo che hebbi comminciato il dispaccio, sopravenne un accidente pericolosissimo al signor di Callas mio padre (vecchio di 75 anni già infermo da molti mesi inqua), che m’occupò quasi tutta la mattina sin che passando detto ordinario a pena hebbi tempo di scriveredue righe all’illustrissimo signor cardinale Bentivoglio, et di chiudere una lettera imperfetta per il signor Aleandro nostro. Hora il mio primo pensiero è stato di corrisponderle, se non con altro, almeno con questo segno della gratitudine dell’animo mio, in luoco dell’opere proportionate al suo merito et al mio dovvere, sin tanto che haverò mezzo di rappresentarle ancor queste. In risposta dunque della sua gratissima, doppo le gracie particolari che le rendo della pron-tezza con la quale ella si degnò andarea vedere il gabinetto delli metalli antiqui dell’illustrissimo signor cardinale Borguese per mio conto, io non le posso tacereche mi par cosa di gran meraviglia ch’in una raccolta di metalli spettanti alla suppelettile antiqua, sì copiosa quanto intendo che è quella veramente, non si sia trovato né piede antiquo, né alcuno di que’ pesi o medaglie vecchie dell’AES GRAVE che s’erano accennate, delle quali pure non soleva essere altre volte troppo gran carestia in Roma, dove io n’acquistai una cinquantina l’Anno Santo, et credo che il signor Gioly ne portò in Francia questi anni a dietro più di 25 o 30 pezzi. Bisogna dire che co lui ch’hebbe la cura di far questa raccolta non si sia dilettato di pesi né di misure, oche gli habbia negletti come cosa manco nobile che le figure et vasi preciosi. Ben vorrei sapere in che consiste a poco appresso detta raccolta et se non vi si trovano almeno alcuni vasi antiqui di quelli che si adoperavano per misure o romane o greche. Del resto le singolarità delle quali Vostra Signoria Illustre mi ha fatto parte sonno di gratissimo alimento alla mia curiosità, et potranno forzi essere di qualche utile e giovamento al publico per l’avenire, se se ne può cavare qualche fondamento certo, o qualche consequenza bastevole ad ajutare una risolutione de’ dubij et difficoltà, mosse dalli scrittori moderni in questa materia, li quali s’accordano tanto male che par impossibile d’affirmarne niente di sicuro, se non si ricorre all’antiquità istessa per interpretare gli authori antiqui. Ache non si può usare essattezza troppo grande, altramente si resta sempre in incertitudine. Questo dico perciò che sì comeintesi volontieri, ciòche Vostra Signoria mi scrive della conformità delli duoi piedi antiqui, l’uno di Vostra Signoria et l’altro dell’illustrissimo signor cardinale Buoncompagno, uguali fra di loro in quanto alla lunghezza (benché diversi in quanto alla lor subdivisione in digiti o in oncie), et sì come mi riuscì a gran piacere quando confrontai il suo modello d’ottone con la misura stampata del piede marmoreo colotiano, tanto celebrato da detti scrittori, alla quale misura rispondeva quasi al giusto detto modello: mi fu poi di gran mortificatione, quando volsi confrontare l’istesso piede colotiano stampato non con il modello d’ottonema con li dissegni fatti in carta, così del suo piede originale disteso come di quello di detto signor cardinale Buoncompagno, li quali dissegni si trovorono uguali veramente in dissegno l’uno conl’altro, ma non si trovorono tanto longhi, quanto s’era trovato detto modello, anzi più corti d’una duodecima portione d’un digito, et più, sì come si verificò ancora meglio, confrontando l’istesso modello con detti dissegni. La quale portiuncula mancando agli originali antiqui ne restarebbe vano il riscontro con detto piede colotiano. Hora io rimango in grand’ambiguità non sapendo quale sia la giusta di quelle due o tre misure ch’io mi trovo del piede di Vostra Signoria, cioè se è quella del modello d’ottone, la quale potrebbe essere erronea per trascuraggine dell’artefice che l’ha fabricato (né senza qualche verisimilitudine, poiché gli ha fatto una delle gambe del modello un pochetto più lunga dell’altra), o quella delli disegni del piede disteso dove potrebbe pur essere trascorso qualche mancamento di diligenza o d’essattezza, poiché le subdivisioni che vi sonno aggiunte sonno assai mal aggiustate, o quella del secondo disengo dell'istesso piede antiquo di Vostra Signoria che lo rappresenta non disteso come l’altro maripiegato a guisa di compasso, poiché lo rappresenta più lungo, che non è il modello d’ottone di più di dueduodecime portioni del digito, che sarebbe un grandissimo errore, il quale se bensarebbe forzi di poco momento nel mesurare una cosa sola, moltiplicarebbe nondimeno l’errore quasi all’infinito nelle operationi generali che s’hanno da fare su questi fondamenti. Di maniera ch’io non posso far di manco ch’io non dia alla Signoria Vostra molto Illustre una seconda importunità per chiarirmi di questo dubio. Ma per non ricadere nel medesimo inconveniente, sarebbe più sicuro, et forzi più facile, di formare et fare improntare il piede originale antiquo di Vostra Signoria tutto disteso, et fermato con il suo chiavicello, et poi gettare (se non in ottone) almeno in piombo, acciò che sopra l’impronto si pigli qua la misura et dimensioni con maggior essattezza, giovandomi credere che non saranno tanto sottili i punti et le linee che fanno le subdivisioni sopra l’originale, che non ne passi su l’impronto qualche vestigio, et ch’in ogni modo non si formi sempre la dimensione intera. Et se l’essecutione non riesce troppo difficile, supplico Vostra Signoria di procurarmi il medesimo favore d’un impronto diquello ancora dell’illustrissimo signor cardinale Buoncompagno, per valermi della differenza delle subdivisioni di quello, che sonno in oncie et non in digiti. A questo haverei di bisogno che s’aggiongesse ancora un’altra gratia, per non lasciar indietro alcuna diligenza possibile, cioè che Vostra Signoria si volesse informare se sonno più in essere duoi marmi antiqui dove si vedeva scolpita la misura del piede romano, l’uno di CN.COSSUTIO, che fu prima di Angelo Colotio, et poi di Mario Delphini, et l’altro di T. STATILIO MENSORE ch’era negli Horti Vaticani. Et benché diversi authori n’habbino fatto stampare la misura nulladimeno per causa dell’humettatione della carta che s’adopera nel stampare, essa si può distendere, o patir contrattione io vorrei (se si trovano li marmi ben conditionati) che se ne pigliasse di nuovo la misura giusta con un buon compasso et che si notasse su un foglio dicarta, con un poco d’essattezza, per farne poi qui la confrontatione più sicura, con gli impronti delli piedi antiqui di Vostra Signoria et dell’illustrissimo signor cardinale Buoncompagno. Anzi quando s’applicherebbero costì gli ambiduoi originali sopra ciascheduno di que’ marmi, sarebbe ancora più a mio gusto la pruova et operatione desiderata, per picciola che sia. Quanto alli dissegni delle medaglie, o pesi antiqui di Vostra Signoria et degli altri suoi amici io l’assicuro che mi sonno stati d’infinito gusto, principalmente que’ duoi che sonno accompagnati d’inscrittione, l’uno di Vostra Signoria con il bue, et l’altro con l’aquila del signor Ludovico Compagni mio amico vecchio. Né dubito che ‘l pittore non habbia rappresentato in carta fedelmente tutto ciò ch’egli ha potuto discernere et riconoscere sugli originali, mal’impronto sarebbe stato molto migliore, et più sicuro, massime per la forma de’ caratteri la quale se fosse come si trova dipinta, non risponderebbe al secolo di quelle medaglie, nel qualei caratteri non si facevano così ben proportionati. Il che mi fa credere che c’è del mancamentose non del dissegnatore, almeno di colui che haverà forzi nettato o riparato dette medaglie, senza accorgersi dell’importanza della forma propria delli caratteri, dalla quale si suol pigliar congiettura del tempo che fu fatta l’opera, sendo certo che coloro che nettano medaglie non sonno sempre essatti come sarebbe necessario, et par che quando riconoscono per essempio un Asi persuadino che basti di ajuttarlo acciò si spicchi meglio alla vista senza considerarne la forma particolare. Et tal volta fanno ancora peggio, pigliando una lettera per altra, et transformandola con li lor ferri conforme al lor concetto, come haverà forzi fatto colui che haverà nettato la medaglia del signor Ludovico Compagni, nella quale egli ha rappresentato due volte un carattero in forma di croce ben proportionata, in luogo d’altro che ha da somigliare più tosto una forca. Anzi, qualche volta, guastano et corrompono le figure istesse per non conoscerle, et le transformano in altre diversissime dall’intento dello scoltore della medaglia. Si come potrebbe haver fatto colui che haverà nettato quella di Vostra Signoria con l’inscrittione ROMA, dove egli ha rappresentato un volto che ha quasi più della Gorgone che della Roma armata, havendogli transformato il fusto [?] della celata in un panno sul fronte et le criste in ale, et torri o altrecose in cima la testa che non hanno che fareniente con la maniera antiqua. Il che si verifica facilmente dalla comparatione del dissegno che Vostra Signoria men’ha mandato, con una medaglia simile ch’io mi trovo nello studio mio, la quale è con la sua patina conservatissima, intatta, et vergine come suogliono dir gli antiquarij; e pesa la libra intiera, et molto forte. Insomma gli impronti puonno supplire facilmente a tutti que’ diffetti in qual si voglia materia che si formino, o in piombo, o in gesso, o in solfo, o in qual si voglia altra materia, perciò che se la medaglia è riparata, si conosce su l’impronto, et è molto difficile, che nonobstante la riparatione, non vi resti sempre qualche vestigio di ciò ch’era stato da prencipio sula medaglia. Né c’è alcuna sorte di medaglie sopra le quali si possa lavorare più harditamente che sopra quelle di questo secolo primitivo, perciò che l’antiquità vi ha formato spesse volte una pattina o ruggine spessa come un testone nella quale si forma con il bollino quanto si vuole. Havendone io una di forma ordinaria, del peso quasi della libra, dove una testa in proffilo di Roma armata di maniera goffa è stata transformata in una testa d’un prencipe con barba armato tanto bella che non si vede cameo più isquisito e delicato. Et io non la serbo per altro che per mostrare sin dove puonno andare gli impostori in materia di riparatione di cose antique. Questo mi servirà di schusa per la supplica ch’io le fo di mandarme gl’impronti delle istesse medaglie ch’ella mi ha mandate in dissegno, acciò di potermene valere con maggioresi gurtà. Prencipalmente della sua con inscrittione ROMA et di quelle dell’illustrissimo signor Paulo Vittorij, et del signor Ludovico Compagni, al quale farà Vostra Signoria per amor mio un affettuosissimo bacciamani. L’istessa diligenza non potendosi usare nel peso delloStephanoni, perciò che le note d’argento debbono essere incastrate et commesse dentro all’ottone, senza alcun rilievo, credo che non se ne possa legger l’inscrittione senza la vista del proprio originale, et forzi che non portarebbe la spesa di mandarlo di tanto luntano. Restami a renderle gratie infinite della dragma o pesodell’ottava parte dell’oncia che Vostra Signoria mi ha mandata, per mettermi in notitia del pesosul quale si sonnopesate et adjustate dette medaglie. Sopra la qual dragma io ho fatto subito formare et l’oncia et la libra, se ben Vostra Signoria mi scrive essere del peso di Roma della bilancia, il che non par che si possa intendere d’altro peso che del moderno; io resto non di meno in qualche dubio, perciò che altre voltemandai a comprare costì un assortimentodelli pesi ordinarij moderni che s’usano in Roma nelle botteguedelli speciali et altre, li quali pesi sonno segnati del bollo publico, ma sonno di proportione molto più leggiera, di quello di Vostra Signoria. Il che mi obliga a darle ancora nuova brigga per questo, acciò ch’io possa restar chiaritodi questa difficoltà,la prego dunque di procurarmi un peso d’una oncia romana moderna, aggiustata dalli soprastanti al negocio delli pesi, et bollata dal bollo publico, anzi haverei caro che vi si aggiongesse una attestatione di detti sopra stanti, li quali attestassero in un foglio di carta di havere examinato et aggiustatoil peso didetta oncia, et postovi il bollo publico, con il quale bollo si potrebbe ancora sigillare detta attestatione. Etio metterò ordine cheil signor Aleandro faccia sborzare dal signor Eschinardo tutti li dannari che saranno necessarij, per le spese così di questo peso et attestatione, come delli impronti et dissegni di dette medaglie, et piedi antiqui, li quali s’hanno da fare, o che sonno stati fatti sin qui et specialmente del modello d’ottone di detto piede antiquo, già da me ricevuto. Sendo assai grande l’obligatione ch’io le ho da haveredi tanta brigga, senza ch’ella vi spenda ancora del suo. Assicurandola ch’io non mancherò di celebrare quanto a me sarà possibile la cortesia di Vostra Signoria et delli suoi padroni et amici, con la quale si sonno degnati communicare queste belle singolarità, et di procurare appresso altre persone di maggior consideratione, che sirenda l’honore con degno al merito singolare di questi signori et specialmente a quello di Vostra Signoria molto Illustre. Con che per fine pregandola di schusare la sovverchia prolissità della presente, et di concedermi il perdono di tanta importunità, preggo il Signore che la feliciti, et le bacio affettionatissimamente le mani (Carpentras, Bibliothèque imguibertine, Ms. 1809, f. 115r-118r ; Federici 2010, p. 37-40; Missere Fontana 2009, p. 312, note 33).

References

  1. ^  Federici, F. (2010), “Alla ricerca dell’esattezza: Peiresc, Francesco Gualdi e l’antico”, in Rome - Paris 1640. Transferts culturels et renaissance d’un centre artistique, Atti del convegno, Roma, Villa Medici, 17-19 aprile 2008, Paris, p. 229-273.
  2. ^  Missere Fontana, F. (2009), Testimoni parlanti. Le monete antiche a Roma tra Cinquecento e Seicento, Rome.